24 Ilaria del Carretto

Il monumento funebre a Ilaria del Carretto è un'opera scultorea di Jacopo della Quercia, risalente al 1406-1408 e conservata nella Cattedrale di San Martino a Lucca.

Il magnifico ritratto marmoreo di Ilaria del Carretto, conservato nella sagrestia del Duomo di Lucca, è stato realizzato da Jacopo della Quercia fra il 1406 ed il 1408. Originariamente l'opera fu collocata sul transetto meridionale della cattedrale vicino ad un altare voluto dalla famiglia Guinigi, oggi sostituito con un confessionale; per questo a poca distanza dal muro è ancora chiaramente visibile un pezzo di pavimento con pietre strette e lunghe che contrastano con il resto della pavimentazione, messe come piano di posa, per collocarvi il monumento di Ilaria, da Jacopo della Quercia. Con la caduta della Signoria dei Guinigi nella città di Lucca, il monumento venne spogliato delle parti che richiamavano al tiranno, come la lastra con lo stemma ed un iscrizione commemorativa, andata perduta. Il sarcofago si trova nella collocazione attuale dal 1887, dopo aver subito vari spostamenti all'interno della chiesa.

Davanti al suo sarcofago, che mantiene viva nei secoli la bellezza di Ilaria, sembra che gli uomini si rivolgono in preghiera; in realtà Ilaria non è una Santa, ma una donna, che morì giovanissima, nel 1405, partorendo la sua secondogenita. La  figura di Ilaria del Carretto è avvolta da un'aurea quasi leggendaria, con la sua giovinezza e con la sua bellezza, rimasta intatta grazie alla magnifica scultura. La sua venerazione sicuramente è legata al rapporto della giovinezza con la morte. La donna morta giovane si rivela cara agli dei, rapita da un ordine superiore che permette di cantare la bellezza umana. Il volto del ritratto marmoreo sembra essere esattamente quello della giovane donna sul letto di morte, questa affascinante ipotesi è avvallata dall'uso delle maschere funebri, per riprodurre l'immagine autentica del volto del defunto, oltre al leggero schiacciamento della punta del naso, causato in parte dall'erosione dovuta all'incessante carezza degli ammiratori, in parte al peso del gesso sul volto della defunta. L'uso di calchi di gesso, che consentivano di catturare perfettamente ogni forma e di trasfonderla poi nel legno o nel marmo, portarono allo straordinario "realismo cortese" della statuaria gotica. L'eleganza del monumento funebre, che rinvia a quello dei regnanti francesi, in Sant Denis, conferisce alla struttura marmorea lucchese una connotazione di dolce santità del quotidiano. Lo scalpello dello scultore ha saputo imprimere palpiti di eterno nel suo giovane viso, incorniciato da un mazzocchio ornato da racemi floreali da cui escono i capelli. Ilaria indossa un soprabito francese del periodo gotico, la pellanda, in cui le pieghe della veste si raccolgono nella stretta cinta posta sotto il seno per riaprirsi e riprendere il proprio corso fino a coprirla interamente; lo stesso gioco delle pieghe è riproposto nelle maniche lunghe chiuse in stretti polsini. Ai piedi della giovane donna vi è un cane, che con sguardo attento protegge la sua padrona; la scultura dell'animale è stata voluta dal marito per dichiarare, con un ultimo gesto, all'amata moglie la sua fedeltà. Nell'effige marmorea di Ilaria del Carretto vi è un qualcosa di incompiuto che continua ad esternare ed emanare vita: la vita può, nella realtà, essere interrotta a ventisei anni, ma nell'eternazione artistica può continuare a fluire in maniera struggente e viva.

Molti poeti hanno dedicato i propri versi a Ilaria del Carretto, tra questi si ricordano quelli di Gabriele D'Annunzio "chiusa ne' panni,stesa in sul coperchio, del bel sepolcro", quelle di Salvatore Quasimodo "Gli amanti vanno lieti nell'area di settembre, i loro gesti accompagnano ombre di parole che conosci" con cui il Premio Nobel sembra rievocare le spose e le fidanzate che un tempo s'avvicinano al monumento funebre per accarezzare il volto della giovane donna, per assecondare la tradizione leggendaria per cui questo gesto avrebbe protetto chi lo avesse compiuto dalle complicazioni del parto; ed infine le parole di Pier Paolo Pasolini "Dentro nel claustrale transetto come dentro un acquario, son di marmo rassegnato le palpebre, il petto dove giunge le mani in una calma lontananza".